Custodia cautelare in carcere per l’avvocato che dimostra professionalità in condotte delittuose (Cass., Sez. II Pen., 13 Giugno 2017, n. 29519)

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Un Avvocato proponeva ricorso in Cassazione contro la misura della custodia cautelare in carcere disposta nei propri confronti dal G.I.P. e confermata dal Tribunale del Riesame.

All’indagato venivamo mosse le seguenti accuse:

1) avrebbe distratto ad una propria cliente ingenti somme di denaro provenienti da un procedimento civile risarcitorio instaurato a seguito di sinistro stradale, comunicandole di aver ottenuto una minor somma (truffa aggravata); 2) avrebbe falsificato una sentenza modificando le somme risarcitorie disposte dal Giudice civile (falso in atto pubblico aggravato); 3) avrebbe riutilizzato per propri fini, con la complicità di un altro collega, parte delle somme provenienti dal reato (autoriciclaggio).

La Corte di Cassazione dichiarava tuttavia il predetto ricorso integralmente inammissibile, perchè presentato per motivi privi del necessario requisito della specificità e, comunque, manifestamente infondati.

Per quanto concerne la misura cautelare disposta nei confronti dell’indagato, precisava inoltre la Corte che la gravità dei fatti e le allarmanti modalità della condotta, denotavano una estrema spregiudicatezza dell’indagato il quale, abusando del rapporto professionale e di fiducia che avrebbe dovuto legarlo con la propria cliente, aveva dimostrato invece di mettere in atto le condotte delittuose contestate con “professionalità”; ne conseguiva che poteva escludersi che si fosse trattato di un comportamento soltanto occasionale.

Non solo. Era infatti emerso che dall’anno 2010 all’anno 2015 l’indagato aveva gestito ben 136 pratiche di sinistri con numerosi soggetti stranieri coinvolti; da ciò la Corte evinceva anche l’evidenza del pericolo concreto ed attuale di reiterazione del reato, giustificante la misura cautelare adottata dai giudici di merito.

A cura di Devis Baldi

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