La palese insostenibilità delle tesi giuridiche prospettate in giudizio può costituire fondamento di una condanna ex art. 96 c.p.c. (Cass., Sez. III, 29 settembre 2016, n. 19298)

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La Corte di Cassazione con la sentenza in commento ribadisce un proprio recentissimo ed innovativo orientamento in punto di applicazione dell’art. 96 c.p.c.

Ritiene la Suprema Corte di Cassazione che il proprio precedente orientamento, secondo il quale l’infondatezza della tesi giuridica non potesse di per sé sola costituire colpa grave ai fini della condanna per responsabilità aggravata, non sia oggi condivisibile, in quanto contrastante con l’odierna delineata natura e funzione del giudizio di legittimità oltre che con il rinnovato quadro ordinamentale.

Più in particolare secondo tale pronuncia il progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia della Corte da parte delle più recenti riforme processuali civilistiche da un lato (art. 360bis c.p.c. n. 1, novella dell’art. 363, comma 1 c.p.c., introduzione art. 374, comma 3 c.p.c.) e dall’altro l’esistenza di un ordinamento giuridico che sarebbe oggi improntato ai principi di ragionevole durata del processo, di illiceità dell’abuso del processo e dell’interpretazione delle norme tale da evitare “lo spreco di energie giurisdizionali”, giustificano oggi l’affermazione del seguente principio di diritto: la palese insostenibilità delle tesi giuridiche prospettate in giudizio può costituire fondamento di una condanna ex art. 96 c.p.c.

Nel caso di specie parte soccombente in un giudizio di merito relativo ad una domanda di risarcimento danni, veniva condannata anche ai sensi dell’art. 96 c.p.c.. Ricorreva pertanto in cassazione rilevando, tra le altre cose, che la mera opinabilità delle argomentazioni non potesse integrare gli estremi della lite temeraria. La Corte di Cassazione, facendo applicazione del richiamato innovativo principio di diritto, rigettava il ricorso.

A cura di Silvia Ventura

 

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